Principato di LUCEDIO
19/05/2026
Guardatelo, è molto interessante. Basta inserire il titolo in un motore diricerca.
Le bambole di Enrico prendono vita, raccontano una storia, hanno vissuto con lui. Così come i Pinocchi, personaggio a lui molto caro; nella sua collezione troviamo pinocchi di diverse dimensioni e materiali: gomma, plastica, tessuto. Il giocattolo, e quindi il gioco, appartenevano ad Enrico, egli era l’esatto contrario del contenuto delle sue opere; egli era giocoso, attivo, tutt’altro che cupo, sempre pronto alla battuta e alla festa. La collezione dei giocattoli sarà presentata, con un allestimento rinnovato, il 16 aprile 2023.

Torino, 7 dicembre 1925. Casale Monferrato, 16 aprile 2013
“(…) Mi sono sempre interessato alle cose che borghesemente si dicono macabre, ma per me non sono macabre: è una realtà. È diverso dal macabro che tu componi, a livello descrittivo. A livello di immagine plastica per me è diverso. Quando disegno un cadavere... per me è come disegnare una figura bellissima... Ho fatto anche della gente abbastanza bella nella pittura, ma sono rarissime, anche perché mi annoia. Ci deve essere una ragione del perché sono attratto da questo. È certamente molto occulta, perché non è nel mio carattere, perché non ho incubi, dormo benissimo, non sono alcolista, non so cos’è la droga se non l’aspirina.”
Nel 2004 il drappo per il Palio di Asti era stato disegnato da questo pittore.

Colombotto è l'autore degli inquietanti quadri con i volti appesi che appaiono in una scena del famoso film "Profondo rosso” in casa della sensitiva Helga Ullman (i quadri utilizzati nel film sono copie delle opere).


In quella che è forse la scena più tesa nel capolavoro di Dario Argento, Profondo Rosso (1975), il protagonista Marc Daly (David Hemmings) percorre uno stretto e lungo corridoio sotto gli sguardi dipinti di una schiera di inquietanti ritratti. La scena contiene la chiave del mistero che si dipanerà nel corso del film e i quadri alle pareti della galleria sono riproduzioni di uno dei più importanti artisti torinesi del ventesimo secolo, Enrico Colombotto Rosso.
Siamo nel comune di Trino, ai confini delle terre aleramiche del Monferrato Casalese, in Piemonte.
In mezzo a distese di campi coltivati a riso, anticamente chiamate grange, si specchia nelle basse e fertili acque il complesso monastico di Lucedio, fondato dai monaci cistercensi nell’anno 1123.
Fu fondata nel 1123 dai monaci Cistercensi provenienti dalla Borgogna che bonificarono il territorio, introducendo per primi in Italia la coltivazione del riso verso la metà del 1400.
La posizione geografica lungo la Via Francigena fu strategica anche per lo sviluppo socio economico dell’Abbazia, che divenne un fiorente centro di potere politico. Ben tre furono i Pontefici che in quei secoli la visitarono.
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Ai confini estremi dell’allora Marchesato del Monferrato, questa confraternita di monaci godeva di pieni poteri e grandi libertà.
Fin da subito si distinse da ogni altra abbazia europea per il comportamento latifondista assunto dai monaci, che ben poco aveva a che spartire con i dogmi della Chiesa Romana.
Dopo la fondazione dell’abbazia, infatti, furono i monaci cellerari a provvedere immediatamente, grazie alla forza lavoro di liberi agricoltori detti mercenari, all’occupazione e alla bonifica delle zone paludose circostanti (chiamate locez, da cui il nome Lucedio).
Poi, per non contravvenire alle regole imposte dalla Chiesa che impedivano la proprietà e lo sfruttamento diretto delle terre, gli scaltri monaci affidarono lotti di terreno a fratelli conversi laici (veri e propri latifondisti). Essi a loro volta si servivano del lavoro degli agricoltori mercenari per far fruttare le grange. Periodicamente i fratelli conversi versavano i tributi e una parte del ricavato del raccolto direttamente nelle casse dell’Abbazia.
Oggi come allora il Principato di Lucedio è un’azienda agricola, di proprietà di una nobile famiglia monferrina che la acquisì nel 1861 dal duca genovese Raffaele de Ferrari di Galliera, a cui i Savoia affidarono il titolo di principe.

Sul cortile in ghiaia si affacciano gli edifici in pietra e mattoni a vista oggi come allora destinati vuoi ad abitazioni, vuoi a depositi agricoli o fienili.
L’antico complesso monastico col chiostro, la sala capitolare e la bellissima Sala dei Conversi in stile gotico lombardo, è ancora oggi ben conservato ed è diventata una location molto ambita per matrimoni e serate di gala.
Unica e triste eccezione è la decadente Chiesa Abbaziale, che proprio per la sua importanza, meriterebbe di grandi opere di restauro dopo la messa in sicurezza del particolarissimo campanile a base ottagonale effettuata negli ultimi anni.
Lucedio, infatti, era considerata il luogo sacro degli Aleramici. All’interno dell’antica chiesa, risalente all’anno 1150 poi abbattuta e ricostruita nel 1770 in stile barocco, riposano le spoglie di molti marchesi del Monferrato.
Lucedio è famosa per i suoi misteri e leggende!
Passaggi segreti, cripte con abati mummificati seduti in cerchio intorno ad un sigillo del diavolo, la colonna piangente e lo spartito del diavolo nella Chiesa della Madonna delle Vigne.
Leggende? Forse no.
Si racconta che nel 1684 venne evocata una presenza malvagia, nei pressi di un vicino cimitero, a metà strada tra l’abbazia di Lucedio e la Grangia di Darola.
Gli incantatori che operarono la magia nera persero il controllo del demone che, vagando per le terre circostanti, si impossessò delle menti dei monaci di Lucedio.
Essi, votati al demonio, diedero inizio ad un periodo di soprusi, abusando del potere (spirituale e temporale) del quale erano investiti. Cosa che, a quanto pare, perpetravano già da quasi cinque secoli, sin dalla fondazione del complesso monastico!
Da questa storia nasce il mito della “colonna che piange”, a causa degli orrori di cui sarebbe stata silente testimone, ancora oggi visibile all’interno della Sala Capitolare.
La colonna è in solido granito, roccia di per sè impermeabile, eppure da essa sembrano sgorgare continuamente piccole gocce d’acqua, quasi come fossero delle lacrime.
La possessione demoniaca dell’Abbazia di Lucedio e dei suoi monaci durò (altri) 100 anni, fino a che il Papa Pio VI, nel 1784, mandò in gran segreto un esorcista da Roma,. Egli, dopo aver affrontato e vinto il maligno, lo rinchiuse in un sigillo, nascosto poi nelle cripte dell’abbazia, e fece deporre le mummie degli abati su dei seggi disposti a cerchio, a protezione della presenza malvagia.
L’abbazia immediatamente dopo questo evento venne secolarizzata, ufficialmente a causa di non meglio specificati “attriti” con la diocesi di Casale Monferrato, ed i pochi monaci rimasti (quelli liberati dal demonio) vennero dispersi. Forse vennero trasferiti a Castelnuovo Scrivia (sede di un altro convento) e rinchiusi a vita di clausura, ma la leggenda vede in quei monaci proprio le mummie messe a guardia del sigillo.

Come ulteriore garanzia dell’incarcerazione del demone, venne composta una musica, conosciuta come “Spartito del Diavolo”. Un brano che, secondo i racconti popolari ed esperti dell’Occulto, avrebbe proprietà magiche ed esoteriche.
Se suonato in un verso rinforzerebbe il sigillo di protezione, se nel senso opposto e capovolto (ovvero da destra verso sinistra e dal basso verso l’alto) libererebbe il demone. (fonte).
Lo Spartito si trova all’interno del vicino Santuario di Madonna delle Vigne, a poche centinaia di metri dall’Abbazia,. Si tratta di una piccola chiesetta sconsacrata abbandonata a se stessa visibile dalla strada e purtroppo sede di raduni (e devastazioni) di sette sataniche provenienti da tutta Europa.
Sopra il portone di accesso, vi è l’affresco, che rappresenta un organo a canne con uno spartito.

Fu la dott.ssa Paola Briccarello, esperta di musica antica e liturgica, che scoprì nel 1999 lo Spartito e ne studiò i segreti.
Tramite un sistema di decriptaggio, sostituendo le lettere alle note, compaiono chiaramente tre parole: DIO, FEDE, ABBAZIA.
Inoltre i tre accordi iniziali sono tipici accordi di chiusura, ovvero di norma al termine delle composizioni musicali liturgiche medievali, un po’ come se lo spartito fosse stato dipinto al contrario.
Parco Naturale del Bosco della Partecipanza e delle Grange Vercellesi
Nella parte più meridionale della pianura risicola vercellese si trovano tre aree, quasi tre isole, che si differenziano nettamente dal territorio circostante e che costituiscono uno scrigno di biodiversità. Per tutelarle e gestirle è stato creato il Parco Naturale del Bosco della Partecipanza e delle Grange Vercellesi.
Bosco delle Sorti della Partecipanza
Una zattera verde in mezzo alle risaie: così viene spesso definito il Bosco delle Sorti della Partecipanza, nel comune di Trino Vercellese. Ultima testimonianza della vasta foresta planiziale che ricopriva la Pianura Padana, prima delle grandi opere di bonifica agraria che nel Medioevo ne videro il quasi totale abbattimento. Il Bosco può quindi essere considerato una sorta di fossile vivente.
La sua conservazione si deve nello specifico ad un rigido sistema di tagli rispettato sin dal 1275 quando tutta l’area venne assegnata in comune proprietà ai cittadini di Trino. Ancora oggi, la fruizione del Bosco da parte dei soci avviene secondo la tradizione dei secoli passati: ogni anno, una zona viene messa in turno di taglio, viene poi suddivisa in aree più piccole dette “sorti” o “punti”. Ogni punto è a sua volta diviso in quattro (da cui il nome “quartaruoli”) ed abbinato ad un numero. A novembre si procede all’estrazione da parte dei Partecipanti di uno dei punti: sarà la sorte a decidere quale sarà la zona in cui il socio potrà abbattere la propria parte di quartaruoli.
Dal 1991 è area naturale protetta del Piemonte, una grande isola verde di 600 ettari dove trovano rifugio diverse specie animali che difficilmente riuscirebbero a sopravvivere nell’ambiente circostante, ormai così influenzato dalla monocultura risicola. Il Bosco della Partecipanza è luminoso, gli alberi lasciano intravedere i colori del cielo ed è ricco di sentieri segnalati da apposita cartellonistica da percorrere a piedi o in MTB. Non mancano poi le aree attrezzate per godersi un pic nic immersi nella natura, a due passi da Vercelli.
le Grange
Le grange, letteralmente “granai”, erano antiche unità abitative e centri agricoli all’interno dei quali i conversi, ovvero i monaci cistercensi staccati dal convento, attuavano opere di bonifica su di un’area territoriale coperta da bosco planiziale al fine di renderla adatta ad un impiego agricolo.
Le grange rappresentarono uno strumento determinante nel processo di trasformazione di una zona incolta in terreno arabile: quando un proprietario terriero intendeva trasformare i propri possedimenti al fine di renderli produttivi, gli abati inviavano un proprio monaco, il granciere, il quale dirigeva i lavori di bonifica.
È quindi innegabile che l’attività svolta dai monaci nel vercellese rappresentò un fattore determinante alla nascita e al radicarsi nel corso dei secoli di una vocazione agricola e risicola: furono proprio i Cistercensi, infatti, a introdurre la coltivazione del riso nel XV secolo.
MONCALVO
BELVEDERE BONAVENTURA
Qui sotto è presente un LINK che ci porta ad un filmato sui murales che abbiamo visto.
E' interessante perchè ci mostra la realizzazione dell'opera.
MURALES https://www.youtube.com/watch?v=DPOTHu3JqM4

CHIESA DI SANT'ANTONIO ABATE
La Chiesa di Sant’Antonio Abate ha una facciata impreziosita dalle statue di San Pietro Apostolo e di San Giovanni Battista.
L’interno ha un’abside profonda e sei cappelle laterali. Sopra l’ingresso si trova un pregevole organo ottocentesco realizzato dall’organaro Bernasconi di Varese.
Le cappelle custodiscono numerose opere d’arte. Sul lato destro si susseguono l’altare di San Bartolomeo, con un dipinto di Ferdinando Pozzo raffigurante vari santi tra cui san Francesco da Paola e san Tommaso d’Aquino; l’altare di San Carlo, detto del Suffragio, con una tela di Guglielmo Caccia che rappresenta il santo mentre intercede per gli appestati; e l’altare del Carmine, anch’esso decorato da un’opera di Caccia, con la Madonna del Carmine affiancata da san Simone Stock e san Giovanni Battista, in una composizione dai colori delicati e arricchita da eleganti figure angeliche.
Sul lato sinistro si vede l’altare del Santissimo Crocifisso o dell’Addolorata, con un gruppo statuario raffigurante la Crocifissione con la Vergine e san Giovanni Evangelista. Segue l’altare di Sant’Anna, ornato da una tela di Orsola Caccia con la Madonna, il Bambino e sant’Anna, impreziosita da piccoli angeli musicanti e da una raffinata composizione geometrica. Ancora di Orsola Caccia è il dipinto sopra l’altare di Sant’Agata, che raffigura le sante Liberata, Agata e Lucia accompagnate da angeli con simboli del martirio.
Elenco file allegati:
- Enrico Colombotto Rosso.pdf - 430,92 Kb
- Lucedio.pdf - 213,25 Kb
Guarda il video
Photogallery
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